Marisa Aino & V.S. Gaudio plays Angus & Julia Stone - Heart Beats Slow

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Il Kamasutra equino di Giovanna I d'Angiò

DRUUNA E IL CULO DI GNESA

   
LA REGINA  ZOOFILA
Il Kamasutra equino di Giovanna I d’Angiò

 Giovanna I d’Angiò visse nel 1300 e fu una grande ninfomane: si sa che ebbe quattro mariti e infiniti amanti istantanei e a lunga durata. A prevalente erotismo sadico, il suo bisogno pulsionale era caratterizzato dallo spirito d’iniziativa freddo, sicuro e brutale: se uno le piaceva, con la capacità di orientamento tipica di chi tende al sadismo, senza preliminari e abolendo ogni lungaggine deduttiva, ci andava a letto, facendosi ingroppare a più non posso. Posseduto l’assatanato e sedotto suddito, portatolo all’acme del piacere del fottere, lo fotteva definitivamente gettandolo nelle acque tirreniche del mare di Amantea. In modo che non si sapesse nel mondo che la regina Giovanna era una privata peccatrice, una baldracca dal pompino perenne, una Maddalena che non disdegnava l’inculata, una bagascia capace di copulare a macina lunga.
Si narra, ma si è al limite tra la leggenda storica e la leggenda metropolitana, che tutti gli uomini di Amantea, in età di foia, conobbero la tecnica sadica del suo erotismo: ognuno dei sudditi fu, a seconda del caso, delle circostanze e del suo mestiere, scopatore, guardone, maiale, sodomita; ognuno di essi poté toccare a cappella spiegata la fregna reale o godere sodomizzandola o sborrandole in bocca, o sulla schiena, in faccia, tra le mani, sulle poppe sode.
Amava le fave a pertica, i cazzi-batacchio, autentica coltivatrice del fallo irregolare non le piacevano i pistoli semplici, quelli d’ordinanza, le vanghette o le erezioni indecise.
Reclutava i pingoni,valutandone misura e possibilità evolutiva, analizzando, nell’ordine, poeti, astrologhi, monaci, scultori, taglialegna, boia, soldati, bifolchi, stallieri.
Tra i poeti, sceglieva il verseggiatore orgoglioso e maniacale, pieno di boria sempre che fosse dotato di un entusiasmante “manuale di retorica sessuale”.
Tra gli astrologhi, i selezionati possessori del membro plutonico dovevano essere individui dall’evidente feticismo.
Tra i monaci, Giovanna sceglieva il cazzo a preghiera, estenuante, certosino, paziente, tenace, diligente e pietoso fallo della tolleranza e dell’indulgenza.
Gli scultori preferiti erano quelli dotati di una mazza che, per durezza, rammentasse il porfido.
Quando ebbe esaurite le potenzialità sessuali della popolazione maschile di Amantea, Giovanna I passò ai cavalli. Come si dice? Cavalcando, prese la mano e, da amazzone proprietaria, finì col galoppare a briglia sciolta. Qui la giumenta scelse tra cavalli da sella e da carrozza, disdegnò quelli da lavoro e da tiro.
C’è chi fa notare la sequenza deterministica del destino erotico della regina: dall’astrazione e dalle fantasie dei poeti, giù fino alla concreta definizione del soldato, prima, e del bifolco, poi. Per ritrovare nella stalla l’imbizzarrimento sessuale e lo scalpitare erotico definitivamente perso con lo stalliere.
Col poeta, Giovanna I sbrigliò la fantasia e visse fuori dal mondo, chiavò illusioni e ticchi, ne irrumò il piffero itifallico; col soldato fece pugne e pugnette, fece agguati e fece prede, spogliò e intimò la resa. Col bifolco abbandonò il campo di battaglia per i piaceri del solco; apprezzò lo scorrimento, l’infiltrazione, l’allagamento, la sborra a pioggia e a sorso. E quando ormai l’irrigazione fu del tipo a goccia, nella stalla Giovanna I dimenticò il cielo del poeta, le stelle dell’astrologo, le preghiere del monaco. Assaporò il rinculare dello stalliere, che la cavalcò fin quando si illuse cavaliere o pur semplice fantino, fino a che la regina ruppe l’andatura o lui rimase al palo e Giovanna, nel cadere, vide il membro dello stallone.
Non capì, nemmeno allora la circolarità del suo destino; non si chiese il perché di quello scendere dalle stelle alle stalle per uno stallone. Non capì che l’incontenibile, che si manifesta in modo circolare nei bisogni pulsionali, può sprigionare il primordiale della nemesi, il suo basso e ferino scatenamento impetuoso.
L’erotismo sadico è vitale, caparbio, sicuro di sé, prepotenza reale di chi fa la regina. Nella sintomatologia estrema comporta come ultimo stadio l’omicidio sadico. Zoccola alla perenne ricerca del pisello e della verga, fottuta troia e scappellatrice di cazzi, che non t’accontenti di copulare e di sbocchinare, di fornicare e di giacere, di essere sbattuta e trombata, non puoi permettere che la voluttà che mi hai dato si allontani dal castello della tua sensorialità: la sborrata dell’amante, nello spezzare la durata del piacere, non può essere nominata. Ma che dico nominata, non potrà essere nemmeno fantasticata, pensata. Ti sei tolta la voglia, ne hai dilettato il cazzo e lo delizi con le acque del Tirreno. Bagnata la zoccola a succhi di minchia, la zoccola inabissa il fallace sburratore. Capriccio lunare, pensò l’astrologo un attimo prima di toccare il fondo. Luna in Cancro in quadratura con Marte?
La nemesi provocata dal flusso o dal riflusso, pur essendo abissale, stava al caldo nella stalla, aveva sì la potenza di un maremoto ma per Giovanna aveva solo la potenza del cavallone. La nemesi è progressiva, come l’onda del mare, può fingersi morta o stazionaria, ma ha in sé un vortice. E’, prima, gorgo o turbine, quando si traveste del sadismo della regina. Diventerà impeto, frenesia, per aggredire il sadismo. Avrà la potenza reale dell’incoordinazione motoria degli animali, nascosta e goduta nel proprio bisogno pulsionale, ti darà l’estremo godimento scatenando l’istinto.
La nemesi napoletana(“Chi pazzea cu’o mulo, nun le manca nu caucio ‘nculo”) è contenuta nel richiamo equino della regina: “Ciuccio c’arraglia, le prore ‘o battaglio”.
Diffusa presso le civiltà contadine, la pratica animal contempla giovani puberali che accarezzano il membro dell’asino. Oggi, questo sub-genere della pornografia bizarre ha numerose modalità d’uso. Facoltosi zoofili comprano addirittura una pantera da sodomizzare o scopare. Alcune donne amano farselo mettere dal proprio cane. E, cosa ancor più smodata se non impossibile, gradirebbero prenderlo da asini e cavalli.Cosa non impossibile per una regina del 1300 sulla costa tirrenica della Calabria: gli stallieri, che la presero e furono graziati dal suo sadismo, a che servono una volta spompati se non ad aiutare l’avida fottitrice a godere il fallo equino? Non si può non pensare che il proverbio “Attacca ‘o ciuccio addò vo’ o patrone” ad Amantea fosse stato cambiato in “Attacca ‘o ciuccio ch’a u vo’ ‘a patruna”.
Non ci è dato sapere quanti cavalli si fece Giovanna I, prima di morire sfondata dalla nemesi che un bel giorno si distrasse e gli stallieri non controllarono più l’irruenza della bestia.
La vitalità e lo spirito realista del sadismo sono enormi, ecco perché la regina, dall’infinito che godette con il fallo del poeta, approdò all’immenso membro equino.
C’è un’altra enormità nel carattere del sadico: lo spirito d’iniziativa. Che si fa sfacciataggine, può farsi immane senso della provocazione, fino a rasentare l’audacia più azzardata e rischiosa. Anche perché il sadico vuole vedere le cose come sono, toccarle, non riesce a rendersi conto di un qualcosa se non ne tasta la concreta consistenza.Un “sadico reale”, poi, è ancor più audace ricercatore dell’effettivo: non c’è da meravigliarsi, dunque, che alla donna regale piaccia la reale concretezza del dato e della prova. D’altra parte, se Woody Allen amò una pecora, Giovanna I fece sesso con i cavalli. Se vogliamo, l’amore-animal di Woody Allen di questi tempi a Manhattan è più trasgressivo e impossibile del  sesso-animal di Giovanna I nel XIV secolo ad Amantea.
Di questa gran porcellona non si hanno dati antropometrici, non si sa se fosse alta, né se avesse mani grandi e affusolate e neppure se una siffatta amante del fallo equino avesse un podice da giumenta.
Considerato l’appetito sessuale della signora, si può ipotizzare, facendo riferimento al formulario di Nicola Pende, prima un determinato temperamento e, poi, il relativo habitus.
Se Giovanna I d’Angiò aveva un temperamento ipergenitale, si deve supporre uno sviluppo precoce delle forme sessuali, dotate dei caratteri somatici più spiccati. La statura è bassa, il petto predomina sugli arti. Il carattere è calmo ed energico. La “macrogenitosomia” farebbe pensare a una figa del tipo che il Kama Sutra chiana Ashvini, la donna-giumenta o addirittura Karini, la donna-elefante: l’una ha lo yoni profondo nove dita; l’altra, dodici.
Se si prende per buona l’ipotesi del temperamento ipergenitale e quindi la correlazione costituzionale del tipo tozzo, necessariamente Giovanna I sarà una “donna-elefante”, cioè una Karini, che, a quanto si sa, è”cattiva di natura e del tutto senza scrupoli, non esita mai davanti al male”.
Se Giovanna I aveva un temperamento ipersurrenalico, si deve supporre una certa adiposità tonica e caratteri psicosomatici virili. Anche in questo caso, gli appetiti sessuali sono assai vivaci.C’è una certa ipertricosi, dei seni enormi, la faccia mascolina, i muscoli scheletrici notevolmente sviluppati e iperstenici, lo yoni sarebbe molto ben delineato, si potrebbe parlare addirittura di eretismo sessuale. Per l’Ananga Ranga, questo habitus femminile rientrerebbe nel tipo Ashvini, la donna-giumenta dai seni e dalle labbra forti e carnose, “che cammina con grazia e ama il sonno e le buone maniere”, una che non arriva facilmente all’orgasmo e che, perciò, sarebbe propensa a iterare i rapporti per poterlo raggiungere.
Quindi,due le possibili costituzioni fisiche della porcellona dei d’Angiò che tanta indecenza mostrò ad Amantea:
1)       un habitus brevilineo, dovuto a un temperamento endocrino ipergenitale;
2)  un habitus normolineo, con un corpo piuttosto in carne e con seni pesanti, dovuto a un temperamento endocrino ipersurrenalico.

Cosa comporta nella storia della sua smodata fame di falli, l’essere una “brevilinea ipergenitale” o una “normolinea ipersurrenalica” ?
Nel primo caso, avrebbe una figa profonda 12 dita; nel secondo, 9.
Ma sarebbe più bona e più appetitosa nel secondo.
In ogni caso,l’uso del cazzo sarebbe sempre superiore alla media. Il fattore pulsionale della distruzione della fonte del piacere? Sarebbe altissimo nelle due costituzioni.
Interpretata da un’attrice,la Giovanna I brevilinea potrebbe essere incarnata al massimo da Jodie Foster o da Ornella Muti; la Giovanna I normolinea potrebbe essere somatizzata da una Monica Guerritore con più seno o da una Laura Morante più androgina o da Sonia Braga.
Ancor più differenziante sarebbe la tipologia costituzionale della regina in ordine alla proporzione tra yoni e membro equino, anche perché è risaputo che quando il membro è più grande della profondità della donna, l’unione riesce penosa e difficile.
Così, nella Tavola A, consideriamo la proporzione in riferimento a Giovanna I d’Angiò in quanto brevilinea:

Karini
Amante equino
Funzionalità unione

Stallone murgese
Ottima

Stallone arabo
Insoddisfacente

Purosangue inglese
Buona

Meticcio da stallone
orientale
Eccezionale

Sardo
Soddisfacente

Salernitano
Normale

Agricolo
Buona

Belga
Buona


Nella Tavola B, Giovanna I d’Angiò dotata dello yoni tipico della normolinea ipersurrenalica:

Ashvini
Amante equino
Funzionalità unione

Stallone murgese
Soddisfacente con molto
dispendio energetico

Stallone arabo
Buona se non Ottima

Purosangue inglese
Buona

Meticcio
Impossibile,penosa e
Difficile

Sardo
Buona

Salernitano
Funzionale

Agricolo
Insoddisfacente

Belga
Soddisfacente, se lo stallone
è venuto altre volte

Pinto
Profonda e riuscita
Considerato il fatto che il regno di Roberto d’Angiò fu splendida corte di artisti e letterati, non si può ignorare la mappa cognitiva culturale di Giovanna che, è leggenda storica, chiamò “Ser Pepo” un suo destrierie per quanto le suggerì il sonetto di Rustico di Filippo:
“Quando ser Pepo vede alcuna potta
egli nitrisce sì come destriere
e no sta queto:inanzi salta e trotta
e candisce che par pur un somiere;
e com’baiardo ad ella si ragrotta
e ponvi il ceffo molto volentieri,
ed ancor de la lingua già non dotta
e spesse volte mordele il cimiere.
Chi vedesse ser Pepo incavallare,
ed anitrir, quando sua donna vede,
che si morde le labbra e vuol razzare,
quelli, che dippo par non si ricrede:
quando v’ha ‘l ceffo sì la fa sciacquare,
sì le stringe la groppa ch’ella pede.”


Bibliografia essenziale
· Claudio Gerbi, L’esplorazione funzionale del sistema neurovegetativo, Opera Medica A.Wassermann & C. , Milano 1937.
· Kalyana Malla, Kama Shastra, Ananga Ranga, trad. it. Edizioni Mediterranee, Roma s.d.
· Giulio Palange, La regina dai tre seni, Guida alla Calabria magica e leggendaria, Rubbettino editore, Soveria Mannelli 1994.
· R.Scotti Douglas, Diagnostica funzionale endocrinologica, Opera Medica A. Wassermann & C., Milano 1937.
 [da: V.S.Gaudio, Druuna e il culo di Gnesa. Storie falliche e amorose indagini con un test, Ó 1996-1999]
DRUUNA E IL CULO DI GNESA

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