Lo stile è incomprensibile

Lo scrittore farà l’esperienza che, se si esprime con precisione, con scrupolo, in termini oggettivamente adeguati, quello che scrive passerà per difficilmente comprensibile, mentre se si concede una formulazione stracca e irresponsabile, sarà ripagato con una certa comprensione. Non basta evitare asceticamente i termini del linguaggio professionale, le allusioni ad una sfera culturale fuori mano : il rigore e la purezza della struttura linguistica, pur nell’estrema semplicità, operano un vuoto. (…)Tener d’occhio, nell’espressione, la cosa, anziché la comunicazione, è sospetto: lo specifico, ciò che non è tolto a prestito dallo schematismo, appare irriguardoso, quasi sintomo di astruseria e di confusione. La logica attuale, che fa tanto conto della propria chiarezza, ha ingenuamente collocato questa perversione nella categoria del linguaggio quotidiano. (…)Solo ciò che non ha bisogno di essere compreso passa per comprensibile; solo ciò che, in realtà, è estraniato, la parola segnata dal commercio, li colpisce come familiare.

[Theodor W. Adorno,64.Morale e stile, in: Idem: Minima moralia ©1951]

Uh Magazine ▌Editorial Staff

mercoledì 28 settembre 2016

I nuovi oggetti d'amore ♥ QUEL PRODIGIOSO FENOTIPO CANAVESE

L’animus di quel prodigioso fenotipo canavese
Dissi alla ragazza canavese[i] che nulla sapevo dell’ammašcatura della Val Locana, né conosco altri linguaggi gergali che non sia il dialetto del delta del Saraceno per via di Mia Nonna dello Zen, e appunto, le dissi, ti ricordi quando ci siamo conosciuti alla stazione di Porta Susa, dove avresti dovuto prendere il treno e allora mi dicesti che  è nella sera tardi in questo stretto mese di marzo che faccio il compleanno e parte il mio treno da quel binario tronco e mi è piaciuto camminarti davanti sotto i portici di via Cernaia, adesso che so che sei un poeta quasi quasi mi sto innamorando all’improvviso questa lunga sera di marzo in cui non sappiamo se ci sia una luna e che tipo di luna su in questo cielo nero di Torino, quella ragazza canavese era davvero un prodigioso fenotipo, tanto che più volte dopo sarei stato a chiedermi ma cos’hanno queste ragazze canavesi che non hanno ad esempio le ragazze riulesi o quelle della Timpa di Cerchiara, giù in Calabria, dove il mondo pare che sia finito da millenni nonostante la venuta della banda Pignatelli durante la seconda guerra mondiale e anche dopo stettero qui quei delegati e agenti dell’Ordine di Malta nell’alto Ionio a sabotare anime e registri anagrafici, dispositivi di sessualità e ruote dell’alleanza, ed è pur vero, ragazza mia, le dissi, adesso sono qui che sento che potrei farti lo shummulo, se solo ci fosse un canto là dietro prima che parta il treno, ce n’è di tempo, siamo venuti prima, l’amore, a pensarci bene, di solito quando arriva, se arriva, non arriva mai in tempo o forse è arrivato prima che tu sia venuto, sempre che non sia lei a venire prima ancora che tu in definitiva non riesca a prendere il treno o quantomeno non arrivi in stazione prima che quel treno non sia partito per il Canavese.
Che cosa ci lega agli orari ferroviari se non l’attesa, sempre che la stagione sia un po’ mite, adesso che l’inverno se ne sta andando ed è sera, e sotto i portici è abbastanza tenera la stagione e quel tuo podice fa di te, a guardarti che cammini, un fenotipo straordinario, e mi dico oh gaudio che cos’è questo straordinario fenotipo che dinanzi al poeta sembra che sia l’esatta sensorialità della fenomenologia di Hume[ii], e non è neanche dentro i jeans, come fa a camminare dentro la mia anima, anima che in questa sera di marzo a Torino sotto i portici di via Cernaia non è che stia proprio cantando né ha un leggero grado di serenità, e le dissi alla ragazza canavese: adesso che ci siamo conosciuti, come stai dentro quel tuo animus per camminarmi davanti all’anima in quel modo?
La letizia è dietro l’angolo, che ti accoglie, mio amato, anche se non trovi nulla, in questo buio che corre per la grande strada, quando all’improvviso mi sei rimasto dietro, una volta finiti i portici, allora eccomi in piazza prima di te, e la piazza è deserta o non lo è, può essere triviale, per via di chi potrebbe molestarmi ma non mi giro, e forse tu ami inseguire, chi cammina ora più lentamente, e con una lentezza innaturale? Ogni tanto, prima, sotto i portici, hai visto quante volte mi sono fermata a guardare le vetrine, come per esaminare cose che non esistono e che al momento se esistono non vedo, mi scopro per te qualità di pazienza, ma anche una certa vocazione alla paura, chissà, mi dico, forse non arriverò in tempo in stazione a prendere il treno, ti ricordi quando mi sono bruscamente voltata, e alle mie spalle non c’era nulla, e tuttavia avevo la sensazione che qualcosa fosse scomparso, che un essere avesse bruscamente deciso di non esistere, e, ti giuro, non pensavo  proprio che potesse essere un poeta, mi dicevo: sarà un visionatore, in questa sera di marzo sotto i portici di via Cernaia, che fissa il vuoto e vede questo podice canavese, e riprendo a camminare, con indifferenza studiata, villana, insolente, che cosa c’è in questo mio modo canavese di camminare che incanta e percuote, lo aggredisce, lo morde, questo visionatore catturato e percosso?
L’anima non sa se sia sensibile al portamento ingiurioso, ma è anche certa che desidera ingiuriare quell’andatura canavese; è vero: vorrebbe essere percossa, aggredita, morsa, vorrebbe essere catturato e seviziato da un animus nemico: prendimi l’anima, ragazza, questo ti dicevo venendoti dietro, malmenala, mio indifferente e insolente fenotipo canavese, questo l’avrei pensato dopo averti conosciuta, quando stavi per andartene su a casa nel canavese, e allora è nel canavese che domani mattina, che è domenica, di nuovo a camminare nella tua piazza manco fossi Valerie Andesmas, con questo tuo culo canavese sensibile al trattamento ingiurioso e allo schema verbale insolente e villano, ma tenuto dentro le regole dell’attesa e della pazienza  del ciclo della risonanza[iii], che, nel bioritmo, è quello che più degli altri due, scopre sempre qualità della lentezza  del passo per le strade sempre più lunghe, in pratica avresti dovuto essere una preda agevole, per via anche del fatto che nel silenzio intatto di marzo c’è sempre una traccia di sesso e di sangue, e l’odore di selvatico, di tergo da predare, ma non accade nulla, e nulla è mai accaduto, l’inverno, di lì a pochi giorni sarebbe stato un ricordo, e allora ti ricomponi l’animus, ti lavi, ti guardi dietro, ma non c’è nessun poeta che ti guarda camminare, forse proverai domani, con altra luna, per altre strade, ma, ragazza mia, dove mai potresti trovare un altro poeta con la mia anima?


[i] Cfr. La posa del caffè e la psicanalisi 5 e La posa del caffè e la…7 in “pingapa”.
Il bagliore ainico di Tia 
come quello di 
Aurélia Steiner d'Ajacciu
[ii] La pura percezione sensitiva alla Hume -  che era “questo portare i jeans con la forza e la violenza (o la vivacità) di un’impressione che corrisponde all’idea (che è correlata dall’impressione). Sostanzialmente, l’interpretazione e il portamento di Sandra Alexis ha la riduzione trascendentale, operata dal personaggio, l’ego del poeta”- può essere quindi il contenuto psichico del poeta: l’aderenza sensoriale della ragazza canavese è talmente pura, come lo sarebbe stata anche quella di Sandra Alexis, che la passione si fa idea? Cfr. V.S.Gaudio, La maneira de andar di Sandra Alexis.Estetica e teoria dell’andatura, in “lunarionuovo” n.15, Catania aprile 2006: in part. Nota 13 a pagina 12.
[iii] Che, è per questo, che sei più vicina, per costituzione e passo al lasco, a questo esemplare vestito da spiderman, che ha lo stesso taglio obliquo delle ragazze canavesi e lo stesso passo, fino a che possa, negli ultimi ritagli dell’inverno sabaudo, farsi anche sidle-step, se non sleet-step, passo da nevischio, che non possono non avere le ragazze canavesi che scendono a Torino. Semplicemente un fenotipo che si fa analemma esponenziale di quel prodigioso fenotipo  di ragazza canavese.
by V.S.Gaudio !I nuovi oggetti d’amore © 2016

lunedì 26 settembre 2016

Giallo Saraceno▐ Il tesserino venatorio e la tessera elettorale


Non si va a caccia in canottiera
“Ho appena ucciso mio marito” confessò piangendo la vedova Genoveffa davanti al corpo di un uomo robusto steso sul prato.
“Come è successo?” chiese il maresciallo o il luogotenente, come lo chiamava l’ufficiale giudiziario B1 dell’ex pretura circondariale, venendo subito al sodo.

“Andammo a caccia. Per questo ho il tesserino venatorio. A mio marito buonanima piaceva molto andare a caccia, sebbene fosse sulla sedia a rotelle, come a me. Solo che lui non aveva il tesserino venatorio. A un certo punto ci separammo. E lui aveva con sé il tesserino venatorio. L’erba di questi tempi nel pantano è molto alta. Suppongo di averlo scambiato per una lepre e ho sparato a zero. Stavo scuoiandola quando mi resi conto che avevamo una figlia. E allora ho sparato a zero anche su di lei.”
“Hmmm”meditò il maresciallo o il luogotenente come lo chiamava l’ufficiale giudiziario o l’assistente unep, come risultava dal timbro che appostava sul foglietto della tipografia Baudano di Torino e metteva in una busta, non affrancata, con tanto di nome: “Stamperia Reale di Roma”, dando un’occhiata all’erba appena tagliata. “Si vede che lei è una buona tiratrice, per questo ha il tesserino venatorio. E’ riuscito a prenderlo proprio in testa. E il bello che ha preso in testa anche sua figlia.”
“Oh, no, è stata solo culo. Io veramente sono una dilettante: apro la caccia, vado all’ascolta, faccio la posta, sto a balzello, adesco e provoco l’alzata in volo.”
“Capisco,” il maresciallo, o il luogotenente come l’assistente del foglietto della tipografia Baudano di Torino lo chiamava, esaminò le tasche del marito. Non c’era niente, nemmeno uno stampo.
“Signora Genoveffa, è questo il primo incidente di caccia per suo marito? Ovvero, siamo sicuri che questo cadavere sia proprio suo marito?”
“Nel pantano in precedenza c’era stato un altro incidente. Ma non da sparo. Un falco gli portò via il certificato di residenza.”
“E dove risiedeva dopo?”
“A casa.”
“La tessera elettorale era la stessa?”
“Sì. Cittadino modello. Vede: ha sempre votato, ogni volta che c’è da mettere la croce a matita, buonanima, quel fesso, mai s’è tirato indietro…”
“E come mai a uno che non si tirava mai indietro lei gli ha tirato dietro la testa?”
“Perché quella cazzo di croce che metteva sempre ce l’aveva in testa e mi son detto: vediamo mo’che cazzo esce: croce o testa?”
“Ha tirato all’alzata o a fermo, cioè lo ha preso di infilata suo marito?”
“Ho provocato l’alzata in volo e l’ho abbattuto.Che culo!”
“Con altri, cacciatori, falconieri, cinegeti o venatori, frugolatori, tordai, battitori, uccellatori, spadellatori, si era mai messa alla posta?”
“Sì. Con qualcuno di tutti quanti quelli mi sono messa alla posta…e anche alla banca.”
“Ha provocato l’alzata in volo con quali richiami…con l’inganno, lo specchietto per le allodole, la cantarella, o il volantino?”
“Con il fringuello di richiamo e lo zimbello facevo sempre cappotto”.
“Suo marito ha sempre portato la canottiera?”
“Veramente no. La portava sempre con sé per casi specifici, come quando andammo a funghi o a raccogliere i pomodori lui e io i cetrioli. Perché me lo chiede?”
“Si direbbe che fosse un separatista.”
“Lo era.”
“E sua figlia perché colpirla proprio in testa, cos’era selvaggina nobile?”
“Quella manco un uccello da passo era…L’ho colpita alla testa perché ho culo e forse per quella cazzo di croce che mio marito aveva in testa: sempre testa è, testa il padre, testa la figlia…e ci ho messo la croce. Che dovevo fare?”
 
 
Come ha capito il maresciallo
[o il luogotenente come lo chiamava l’assistente
unep della tipografia Baudano, inesistente, di Torino]
che non è stato un incidente?
Un cacciatore esperto come il marito della signora Genoveffa non avrebbe mai cacciato i cervi nel bosco del pantano in canottiera. Lì, tutti sapevano che, di ciucci che volano, sì, ma di cervi in canottiera non se ne parla nemmeno.
In verità, la signora G. l’aveva colpito a morte con un legno mentre lui stava falciando l’erba e aveva tentato di far apparire la cosa come un incidente di caccia trascinando il corpo nel bosco e lasciando vicino al cadavere una copia di “Locomotive e Treni”nonostante lì ormai la ferrovia fosse in disuso.
Nella fretta si era dimenticata di equipaggiarlo, non dico la giacca alla cacciatora con carniera ma almeno la cartucciera, o almeno dotarlo del cappello di capostazione. Per quale ragione poi lui stesse falciando l’erba in canottiera rimane ancora un mistero. Come il fatto che la figlia, pur non essendo in canottiera, anche se aveva delle tette belle piene, e né stesse falciando l’erba, come mai si trovasse al casello ferroviario con la barra alzata senza il biglietto per il treno nonostante lì non passasse più nemmeno un treno merci da almeno un lustro?

 Lebenswelt di V.S.Gaudio con Woody Allen


 

 

venerdì 23 settembre 2016

AUBERGINE NELSON.I nuovi oggetti d'amore

AUBERGINE NELSON.

L’iconicità flemmatica, quando è così innamorata, è come se fosse una sorta di eggplant[i] che è sostanzialmente una sorta di impianto  dell’incitare, la pianta dell’uovo, si può anche dire, perché dentro c’è  il peso di una normolinea quasi mesomorfa, che, a seconda di quel che indossa, non si riesce a capire se il suo indice costituzionale sia più teso verso il 53 o più allargato e pesante verso il 56[ii]; l’indice del pondus, mettetela come vorrete quella figura, o come la fa mettere Kenton Nelson, è sempre nell’iconicità e nella pesantezza lieve della melanzana, a questo punto, per l’occhio del visionatore, è una questione linguistica: la figura di Kenton Nelson, nella certezza che sia lì, ad aspettare il visionatore o il poeta se vogliamo, forse ad accoglierlo con letizia, ecco lui volta l’angolo e sussurra: “Aubergine[iii] e lei bruscamente sta per voltarsi, con tutta quella sua lentezza che le allunga la  tenerezza del valore “alto” del suo indice del pondus corrispondente al 20[iv], o quasi “medio-alto” che farebbe 21, per via del naso[v], o di un nodo che, se il visionatore cerca, da qualche parte si esprime come una sorta di punctum del cosiddetto bagliore didonico, o ainico, se proprio vogliamo che abbia la tenera iconicità dell’oggetto “a” del poeta privo di fantasia.Riprende a camminare, ogni tanto si ferma, per farsi ancora più iconica e ancora di più o meno tenera, ora con indifferenza studiata, quasi villana, insolente, addirittura è sul punto di ingiuriare il visionatore, anzi vorrebbe percuoterlo, aggredirlo, morderlo; vorrebbe catturarlo e seviziarlo, quel suo maledetto nemico. 

Poiché non accade nulla, fingendosi assalita da qualcosa di viscido e feroce, urla, grida, scantona, attraversa la strada, affinché possa sembrare una preda, la melanzana che è dentro la figura dell’oggetto “a” del poeta, la pelle e il colore della sua pulsione fallico-uretrale, vuole fargli credere di essere una preda agevole, con tutto l’agio e la pesantezza tenera e tesa di Aubergine, oggetto eggplant, che istiga un inseguimento implacabile, la melanzana come daino, o come melanzana ripiena, per lasciare una traccia, per la libido del poeta-visionatore; il silenzio è intatto, si sdraia, si mette a sedere, si alza ancor più lenta e immobile di prima, e prima ancora che ci si rimetta a inseguirla, come se lei stesse andando incontro a quello che nello stesso istante in cui si sta sdraiando la sta inseguendo. E’ sul punto di mandar odore di selvatico, di carne madida e roscida da predare, odore di pelo. Non accade nulla, o se è accaduto, lei stava guardando in alto, lui camminava sulle aiuole, lei adesso sta raccogliendo fiori, nulla è mai accaduto. Si ricompone, si lava, si risiede, getta via i fiori. Proverà domani con altre melanzane ripiene, forse tra qualche giorno, con un’altra luna, che sostiene la pregnanza dell’uovo e l’iconicità dell’impianto della melanzana.
by V.S. Gaudio!I nuovi oggetti d’amore © 2016







[i] Melanzana.
[ii] Cfr.V.S.Gaudio, Kenton Nelson.La figura innamorata, in “blueblow” 2016/09/11 .
[iii] Melanzana.
[iv] Cfr. V.S.Gaudio, Come calcolare l’Indice del Pondus, in: Idem, Oggetti d’amore. Somatologia dell’immagine e del sex-appeal, Bootleg Scipioni, Viterbo 1998: pag.77. L’indice del pondus, nel sistema di V.S.Gaudio, più decresce più ha valore alto, per cui, nella forchetta del valore alto, si va da 12 a 20: il valore alto 20 è meno alto di 19 e questo di 18…; nella forchetta del valore medio-alto, si va da 21 a 26, e naturalmente l’indice 21 è il più “medio-alto”, nel senso che è maggiore di 22, 23,26.
[v] Correlando l’indice del pondus pari a 20 con l’alfabeto mnemonico, avremmo per la cifra 20 l’archetipo-sostantivo “naso”, e per la cifra 21 l’archetipo-sostantivo sarebbe o potrebbe essere “nodo”, difatti “n” equivale a 2 e “d” a 1, come “s” equivale a 0.


mercoledì 21 settembre 2016

Malaguzzismo. Le voci di Trebizecce

Le voci dell’intermaffia (
Sempre, diciamo con un ritmo di venti-ventisette volte alla settimana, questa signora, che è la moglie del poeta, riceve delle telefonate che potrebbero non essere destinate a lei ma alla madre, che non c’è più, e che comunque la lasciano talora sconcertata, talora avvilita, talora eccitata, quasi sempre rattristita se non incazzata. Voci diverse irrompono nella sua vita abbastanza custodita e allo stesso tempo isolata[i], quasi confinata in un pantano, tra una ferrovia, un bosco torinese e  una ex strada statale che, ora che è da lustri provinciale, almeno  d’estate è invasa da tagliatori d’erba, coltivatori dell’erba del ciuccio che vola e spontaneisti  motorizzati dell’allucco al poeta senza ruota, e le parlano, distrattamente, come se la telefonata fosse casuale e fosse sostanzialmente quella che è, una molestia ombrona, di immagini di vita e di miracoli, di ricreazioni e pizzerie che lei non frequenta. Le vengono non di rado  proposti delitti, complicità in gesti sordidi, frodi, evasioni fiscali, versamenti all’esattoria ammašcata di Malta; le vengono offerte dosi di Ghb, uomini “sicuramente sifilitici”, cadaveri di esseri ripugnanti che sono apparsi nel casolare del pantano, ancora tiepidi o debitamente surgelati nei magazzini dei pescivendoli di Trebizecce, dove, secondo la grande anagrafe dei Mormoni di Salt Lake City, ebbe a nascere Juan Catera che andò nel 1890, pur essendo nato  nel 1906, sposo con Rosa Corvino, nata nel 1910.
Lei ascolta con orrore, impaurita, dentro il pantano dell’Heimlich più indefinibile, anche con eccitazione, quando è il caso. La sua vita, finora dentro la tela infinita dell’estetica e dell’erotica tessuta con il poeta, si arricchisce di un fasto sinistro, lei ha la sensazione di essere al centro di una trama poderosa di infamie mirabili, di empietà senza fine, di blasfeme apparizioni, anche di corrotti abusatori di fanciulli indifesi, affiliati dell’intermaffia della Fiscalrassi di cui a Georges Perec  nei 53 jours[ii], che fin dagli anni Sessanta  venivano  con identità e provenienza contraffatte a nascondersi nel casolare del Pantano e del Bosco del Torinese , tra l’altro dandosi come insegnanti, a vario titolo e ruolo, nelle scuolette degli ombroni in quel luogo che  “The Church of Jesus Christ of Latter Day Saints” chiama “Trebizecce”.
Le voci che le telefonano cambiano, ma lei crede di aver riconosciuto almeno tre voci: una voce femminile, adolescente, che le dà frettolosi appuntamenti, non sa se per piccole ma audaci imprese ladresche, ad esempio irrompere nel Giardino di Mia Nonna dello Zen e, nonostante la presenza degli asini degli zingari, e dei cani degli ombroni scalzacani, portare via quante più arance possibili, nonostante non vi siano più alberi d’arancio, o per più maliziose complicità corporali; gli appuntamenti sono impossibili da eseguire, ma dati con tono imperativo, impaziente; talora, come nel caso del Giardino, dicono il luogo, ma non l’ora, e il luogo risulta sprovvisto del frutto da asportare, o addirittura, come ormai è acclarato anche nel caso del Giardino anzidetto, il luogo risulta inesistente; talora indicano il momento in modo provocatorio e allusivo, “Ci vediamo …[e dicono un giorno che è nella mappa libidica della moglie del poeta: ad esempio il giorno di un appuntamento con il futuro poeta e marito, quando ancora erano ragazzini] sul lungomare anche se c’è vento[la voce sa che il poeta ragazzino se c’era il vento non andava mai all’appuntamento]!.
Un’altra voce è maschile, e le parla solo di commerci carnali, di tradimenti, di fughe, di piaceri singolari, di complicità, di corna; questa voce talora supplica di essere accolta, almeno maneggiata, anche se vuole entrare in lei, e quando lei è tentata di credere a questa allucinante proposta, l’uomo le rimprovera di essere una zoccola imperterrita, una ninfomane, e infine le urla che ne darà conto a suo marito, quel cornuto trascendente se non grandioso! Talora questa voce, se non perde il controllo, le dà appuntamenti in caselli abbandonati e sbarrati o in casolari circondati da belve feroci, ai quali la donna non ha mai cercato di recarsi.
La terza voce, androgina o apparentemente maschile, suggerisce l’immagine di un uomo estremamente vecchio. Potrebbe essere la voce di un morto che lei ha conosciuto, uno di un clan camorristico o della ‘ndrangheta, dell’intermaffia, per intenderci, portato in quel casolare, data come finta abitazione, dalla sorella mercante di abiti e di maschere, di traffici immorali e di pillole per abortire. Il vecchio fantasma parla monotonamente di cose che non ha mai avuto e conosciuto, tipo l’i-phone o lo smartphone, è uno che sì non ha partecipato alla guerra boera ma nemmeno alla seconda guerra mondiale, né è stato affiliato della Banda Pignatelli, come il padre della signora che riceve queste telefonate, addirittura di una cantante che è stata a Sanremo quando quella povera donna incapsulata nello spazio toglieva a ogni utente Rai il bonheur musicale per la proiezione claustrofobica che attivava. Questo coglione non pare che attenda mai una risposta, anche perché non solo non esiste ma è esistito come significante  per via di un anelito o di un “chiurito”[iii] anale della sorella di chi viene molestata; e il suo discorso non solo è impreciso, ma è quello di un’identità spammer che non solo ha smarrito l’ordine ma addirittura il codice penale.
) by Gaudio Malaguzzi


[i] Un po’ come nella Ottandue della Centuria di Giorgio Manganelli, Rizzoli, Milano 1979.
[ii] 53 jours” est le roman auquel Georges Perec travaillait au moment de sa mort, survenue le 3 mars 1982. Le livre publié est une édition ètablie par Harry Mathews et Jacques Roubaud, P.O.L. èditeur 1989. Cfr. Aussi l’èdition per la collection Folio di Gallimard, Paris 1993.
[iii] Il chiurito[dialettale, tra ammašcante, presilano e shqip; cfr. shqip   “kùrìm”=”trattamento”, " cura”] è una sorta di erezione al limite del 4° grado come la intende Eric Berne ma nel soggetto desiderante femminile.Naturalmente il “trattamento” è connesso anche al richiamo del chiurlo, che funziona come il Berg di Witold Gombrowicz e il Sonar di Simone Dauffe, nello “Chambonheur” di V.S.Gaudio. Non si dimentichi che in sanscrito “kur” è lo schema verbale di “pronunciare un suono”. E “kurira” è “un tipo di copricapo da donna”, che, in una semiologia gergale o ammašcata, funzionerebbe da segnale o avviso a chi il “chiurito” è destinato. Va da sé che il “chiurito” può essere, pure e sempre, multiplo, plurimo.

martedì 20 settembre 2016

● L'occhio di Lacan e la libido del topo ♪


L’occhio di Lacan
 

dai seni grandi lividissimi gli infiniti
quali andanti a singulto
freddo evacuare
da che deglutendo dinanzi l’occhio l’avido
l’opacità irriflessa la terra
latrina sognandoci spezzato
le ginocchia appunto ingigantito tremando
il vaso i glutei tagliando veramente
cavandosi gli occhi

dalle protezioni l’orbita l’avida pozza
sorridente l’immagine
fantastico sogno indicando in disparte
colpendo gli occhi esplodendo i colori
il tempo felice le persecuzioni
l’anoressica tortura
l’innocente
signora innocente la mater mutando
tracciando

da chi divora
dai livelli i morbidi i rotondi gli archetipi
gli amplessi gridando
bisessua capezzoli
entrambi
insieme l’enigma lo scheletro ricuperando
lo stesso lo si mastica
(8 luglio ’74)


di considerazioni  posate negli specchi
ti ripeti nel groviglio
contorsioni conversando
statica appena respirabile
quando capita
giocando ripeti rigidamente a tratti
elegante elusivamente l’angoscia
il caso m’appunti
chiarendo dal diaframma pronunciandosi
nel ventre
il pene divorato piuttosto

di sconnessioni rapidità asteniche
suggerite inedite addizioni
dalle depresse
le concezioni sospese le incertezze
m’aggiungi l’oralità
gli ostili i sensi ancor di più
le evidenze

dall’infinito nessuna figura
la depressione  volgendo proiezioni
ambivalenze in lotta
che rabbia identità abbandonate
tacendo
allagamenti l’onnipotenza  di perdersi
(8 luglio ’74)

stimolando
vantaggi gli spostamenti offensivi
invece
dai conflitti quel che di più si sposta
sulla virgola continua regredendo
dice mi fermo di là c’è vagina dentata

aprendosi al progresso gli intervalli
caricandoli un accento scandito sull’accento
il frammento delle abolizioni soffocando
dietro
la tensione l’apertura togliendosi
in emersione possibili articolandosi in aggiunta
i possibili della fragilità comunicandosi
lieve penetrata
l’implicazione la suggestione in potenza
s’allarga

dal semplice come connessa l’angoscia il desiderio
allungandosi la soddisfazione
sembrandosi importante incontrollata sessualità
definendosi
riposo fallito,
la pace in regola costruita sui vuoti lo spazio
la richiesta
azionandosi
preparando
dilatazioni in trama spalancando fori aderendo
lo squarcio rovesciato
discorrendo in inversione il titolo, la pura ascesi
guardarsi inserito collegato infine
(9 luglio ’74)

violentandolo dice il segno
nell’orecchio tace la scoria, l’occhio dei segreti
la serenità delle distanze
il passo dei messaggi nei tormenti  l’ultima ora
il giorno s’aggrappa la precarietà dei centri
di un’altra contemplazione

la coscienza delle implicazioni dicendo il tragico
la stessa privazione l’ovvietà stringendosi
accanto la riduzione i lacci i gesti i nudi
i pensieri agitati
i contorti arruffati imbiancando capelli
(9 luglio ’74)

! da: LA LIBIDO DEL TOPO, in→ V.S.Gaudio, SINDROMI STILISTICHE, Forum/Quinta Generazione 1978

venerdì 16 settembre 2016

Il candido poeta e le Cose che non esistono▐

Il mondo che non esiste e la Ph.D alla fermata dell’autobus x

Con estremo stupore, lei notò, alla fermata dell’autobus, un candido poeta. La cosa la stupì molto, perché il poeta era stato un capitolo intero della dissertazione di dottorato delle Cose che non esistono; lei era stata allora assai competente in fatto di Cose che non esistono, o che, pur avendo un codice fiscale, non hanno il Nome originario, che viene occultato per motivi politici, ad esempio brigantaggio , separatismo e ammašcature di minoranze etnico-linguistiche. Si intende che quando si studiano le Cose che non esistono, si chiariscono anche le ragioni per cui non possono esistere, e i modi in cui non esistono: giacché le Cose possono essere impossibili, contraddittorie, incompatibili, extraspaziotemporali, insignificanti, antistoriche, recessive, implosive, senza ruota, per quanto pare che bastasse a un certo punto del secolo scorso dire la parola in gergo “parròt”, ovvero “senza ruota”, per avere , sulla parola, assegnato l’appalto della strada richiesto. Si può non esistere anche in molti altri modi. Il poeta, quel poeta poi, era assolutamente antistorico, difatti la giovane Ph.D  lo aveva visto alla fermata con un autentico e originale Panama, un modello col nastrino di cuoio, roba che, nel secolo scorso, trovavi solo da Barbetti a Bologna, dove, non a caso, afferivano, oltre che il poeta che non esiste, cantanti e futuri presidenti della Siae, che, invece, non possono che esistere, come certifica questa stessa società finalmente amministrata dai loro stessi associati, come se fosse un vero e proprio Consorzio; il poeta che non esiste eccolo lì, alla fermata dell’autobus, e la gente non sembrava farci caso; ma lo straordinario non era finito: infatti il poeta stava parlottando con qualcosa che egli non vedeva, mentre, salendo sull’autobus, toccava incurante il  podice di una ragazza in jeans, e, giacché era toccata dal poeta che non esiste, lei non avvertiva niente; esibì il biglietto con più corse, che naturalmente non era più in corso ma giacché non esisteva nemmeno lui il controllore non si avvide di niente; ed allora si trasformò in un poeta calabrese di media statura, con occhiali neri molto spessi. Questo poeta era un essere complicato, e la sua inesistenza era dovuta a un eccesso linguistico, scriveva poesie in dialetto, ma il dialetto di un paesino  che, roba davvero inesistente, nessuno mai aveva pensato di poterlo scrivere, e neanche di saperlo scrivere, figuriamoci a leggerlo dopo; inoltre era un essere descritto come pericoloso, non perché i suoi occhi avessero poteri impossibili ma semplicemente perché era un poeta inesistente correlabile alla Maffia; il poeta calabrese, che non solo era inesistente ma non sapeva né leggere né scrivere come quelli del suo paese, aveva una borsa sotto il braccio,un po’ come quell’assistente Unep che affiggeva sulla porta dello stesso poeta inesistente pezzi di fogli (con ordini, ordinanze ed esecuzioni armate e soggetti addetti allo scasso) stampati dalla inesistente tipografia Baudano di Torino,  e quando si avvicinava un autobus, metti che era appunto  a Torino e doveva andare in piazza Carducci passando da via Nizza, l’apriva e ne tirava fuori qualcosa, qualcosa, che forse stava in una delicata Fondazione afferente alla Ruota e quindi anche all’Ordine degli Autobus, dei Treni e dei Tram, e delle Metropolitane anche leggere: questa qualcosa guardava il numero dell’autobus e lo diceva al poeta calabrese inesistente, perché si capiva che con quegli occhiali lui non poteva vedere niente, e difatti quando arrivava in piazza Carducci lo buttavano fuori a pedate nel culo. La specialista in Cose che non esistono era assai turbata, come ogni semiologo che si rispetti, che, anche quando non era titolare del Corso ma doveva essere il relatore della tesi, darà sempre 4 voti di meno al candidato elevato perché così gli ha suggerito l’Ordine della Ruota  e delle 4 Ruote motrici. La Ph.D si mise a vagabondare senza una meta precisa, e incontrò, manco fosse al Grinzane Cavour, un poeta agricolo pugliese inesistente, un poeta lucano o antelucano per l'elogio della riforma agricola e della civiltà delle Macchine, una poetessa veneziana già suicidata, e un’altra romagnola in bicicletta con i pantaloni rossi, come quelli che Nadia Campana mise quel pomeriggio del secolo scorso nell’ultima primavera  in cui passeggiò in quella città con il poeta candido inesistente che la giovane Ph.D  con estremo stupore  ha notato, qui, alla fermata d’autobus; incontrò anche un poeta satiro, che non era  Carlo Villa, che aveva scritto a Marisa Aino, la moglie del poeta candido da cui lo stupore alla fermata d’autobus della giovane Ph.D,  dicendole che avrebbe voluto dipingerla in punta di pennello; un poeta siculo con la testa in mezzo al petto le chiese dov’era la Condorelli per via dei torroncini che si stava avvicinando Natale e doveva acquistarne almeno 12, e la ringraziò cortesemente, avendone ricevuto un sorriso di  lieve scherno; un poeta sonoro, e forse anche visivo, e anche performer, inesistente e doppio anche nel cognome, attempato ed elegante come solo un torinese può esserlo anche senza il punctum dei polsini[1].  Quando cominciò a vedere poetesse come la Valduga, la Frabotta, Carla Bertola ma anche Giulia Niccolai, Mara Cini, Rosita Copioli, Jolanda Insana, Marisa G. Aino, Milena Nicolini e Anna Malfaiera , le parve di essere sempre vissuta in una città deserta di essere umani, o tutt'al più popolata di comparse e di poeti inesistenti; ora la giovane Ph. D comincia a chiedersi se anche il Mondo, o la casa editrice del padre, sia una cosa che non esiste.
x Gaudio Malaguzzi
Arrigo Lora Totino
Io e deicollage su cartoncino cm 30x118
from: Sarenco(a cura di),POESIA TOTALE 1960-2010,
Fondazione Sarenco, PAL Verona 2014


[1]Pare che Gaudio Malaguzzi stia alludendo ad Arrigo Lora-Totino, di cui ci è giunta in tarda serata ieri la notizia della scomparsa. Il poeta candido, di cui alla dottoressa di ricerca in Cose che non esistono, pare che, nella lunga permanenza in quel di Torino, mai si sia imbattuto in Arrigo Lora-Totino, nemmeno pare che l’abbia mai intravisto alla fermata dell’autobus a Porta Nuova, lato via Nizza, di cui alla fotografia del logo. D’altra parte, da quello che risulta dagli studi della Ph.D in questione, entrambi non esistendo come avrebbero mai potuto localizzarsi, forse in un poema sonoro dello scomparso ? O in una poesia ginnica con la contorsionista del Circo Orfei,quella Sandra Alexis anch’essa inesistente, di cui all’estetica dell’andatura di V.S.Gaudio? O forse era una poesia liquida e per via dei tuffi traslati tutto, tuffatori e attanti della musica liquida, s’erano liquefatti?

giovedì 15 settembre 2016

La bonaccia di Aurelia Mazzacane ♥ I nuovi oggetti d'amore

Quando conobbi Aurelia Mazzacane[1], che, a dire il vero, i familiari chiamavano, con la pronuncia tipica della “a” e della “h” commutata nel suono “gh”, “Ghurelia”, Ghurelia Mazzacānë, era sulla spiaggia, tutta a pietre, e, senza guardarla, era stesa in una sorta di nageur che ora ne fanno un pezzo  da 500-600 euro “La Perla” e la “Maison Lejaby” che non fa che innalzare il (-φ) di qualsiasi visionatore, ogni volta che uno ci pensa , al 4° grado che Eric Berne, buon’anima, chiamava “orgoglio peyronico”, capite adesso perché non la guardavo, ma si sa che è proprio quando non la guardi direttamente che la stai osservando fin dentro il punctum che ne faccia il tuo oggetto “a” irredento e perenne per  migliaia dei tuoi prossimi piaceri singolari; allora: Ghurèlia stava lì nel suo patagonico nageur, e lei mi disse: “Oh, Enzu’, sai da quando volevo conoscerti? “, e si tirò su e cominciò a lanciarmi sassolini addosso, più giù che su, per via degli occhiali, e fu così che me innamorai, non per via dell’amore, che non potrei mai amare nessuna perché l’amore, l’amore del (-φ) , intendo, è tutto per mia moglie, ma quella volta mi innamorai, come dire?, a cazzo, di Ghurelia Mazzacane.  Oh, Dio, non è che la presi in disparte e le dissi: “T’amo a cazzo, Ghurelia, per via del tuo nageur, o maillot de bain, se vuoi, sei proprio una Mazzacane patafisica!”; anche perché c’era il fidanzato, che, poi, non sposò, ma questa è un’altra storia. L’amare a cazzo è contiguo o quantomeno è connesso allo spirito del libeccio, che, si sa, anche per via di una ragazza così patagonica stesa al sole in quel suo nageur da mazzacana, è audace e, nello stesso sottosoffio, sistematico; e, questo ora ricordo, lustri dopo, mi fu opportuno parlare proprio delle avventure audaci e sistematiche dello spirito del libeccio[2].
Test di Vuesse Gaudio
Un Rosso Miao...
"Donna Moderna" n.12,
Arnoldo Mondadori Editore,
Milano 7 giugno 1988
La combinazione tra giallo e rosso, scrissi, porta tre varianti, mi riferivo a quanto nella rubrica dei Test che curai per “Donna Moderna” fosse entrato in quanto colore:
1) lo spirito aperto e conciliante che soffia tra le grandi imprese e le avventure audaci; 2) lo spirito vivace e la versatilità che soffiano sull’ostinazione sistematica; 3) lo spirito discontinuo tra slancio e capacità d’azione.
Tre varianti per l’animus della donna(che è pur sempre la pelle del tergo per l’aderenza del suo maillot de bain), o, quantomeno per l’oggetto “a” femminile[3].
In sostanza, il libeccio, che si abbinava all’arancione, e che, a Milano, nei miei tragitti urbani non ho mai sentito che vento ci fosse, né mi era mai occorso che un qualsivoglia vento abbia mai sollevato la veste di un mio oggetto “a” così avanzato e urbanizzato, ora che sono qui sulla spiaggia tutta pietre con Aurelia Mazzacane , alla stessa stregua semantica e paradigmatica dei Test per “Donna Moderna”, che spirito fa soffiare con quel suo nageur ante litteram? D’altra parte, era pur sempre un maillot de bain, che adesso li fa a pelo di pelle e di podice anche l’Adidas.

Aurelia MazzacaneQuella dell’amore a cazzo; per via del suo maillot de bain
 
Sembra che lo spirito a volte si stia aprendo e poi c’è in sostanza questa apparente bonaccia, come se sul sintagma nominale, che era l’elasticità del suo pondus e del suo nageur interconnessi, non soffiasse più quel lieve libeccio arancione, e allora la pulsione fallica si acquieta, si fa quasi uretrale, ci vuole poco, e dall’accumulazione affettiva e  dalla sintomatologia quasi feticistica si passa alle conversioni spasmodiche dovute allo schema verbale della pulsione “e”, che è quella uretrale, che soffia dentro, è come se il libeccio  si commutasse  in bonaccia mazzacane: dall’arancione, dai colori fallici rosso e giallo, all’apparente quiete, che, però, è dentro la sintomatologia esplosiva del colore uretrale, che, allora, come sarà?
 Sottentra nella bonaccia mazzacane quello che come immagine può essere una spiaggia di pietre , un mezzo vento di Marte, che, se non è il libeccio, che è da sudovest che scompiglia il dono di sé e alimenta lo step-style tra spirito di distruzione e spirito realista, allora è evidentemente questa bonaccia di Aurelia, la bonaccia marziana, la bonaccia della Mazzacane che ha lo step-style tra la dolcezza  di uno spirito esplosivo e la collera di un fuochista travestito da pompiere. Il colore dello step-style della bonaccia mazzacane, tolto il nageur che è tra il grigio e il beige, è di un giallo lieve, anche il limone, se vai a vedere, è nel paradigma della bonaccia mazzacane, come la sabbia e la pietra pomice, il ciclamino anche e l’ocarina.
O forse è il blu nero, che è il colore dell’incantesimo, seppur nella misura breve del sintagma quieto e nominale, una sorta di miraggio condensato, o un segreto, che non è detto che non abbia verbo, sangue, corpo e sesso. Dentro le cose, questo stile della contuizione , da contuitus (più come “sguardo” che come “vista”, fino a rendere immobile e nominale lo schema verbale deponente del “contueor”  di “guardare con meraviglia”), opera una sorta di contrazione tra conscio collettivo e conscio personale, senza per questo accedere al significato nascosto di una cosa o di un sostantivo-archetipo, non c’è la procedura osmotica mediante un piano affettivo fatto di sentimenti, di simboli, di analogie, è apparentemente la strada della mistica ma ha l’adesione magnetica, breve, dell’amore fisico, tanto che il pansensualismo cosmico, che è sempre poco accessibile, che di solito si concede alle donne nate in marzo o con Giove e Luna nei Pesci, in Ghurelia ha qualcosa di ancor più marginale, come se quel suo step-style della bonaccia mazzacane avesse una lunghezza d’onda criptata: la dinamica, ma si trattava invero di quietudine di Marte, della bonaccia mazzacana[4] non ha mai una coscienza cosmica ma è come se frammentasse non solo il reale ma anche l’etica, non ha sentimenti, simboli, analogie, è sempre dentro questa pulsione un po’ gialla e un po’ blu-nera, una sorta di meccanismo fantasmatico che fa soffiare sempre la sua  bonaccia somatica della Mazzacane tra la quiete degli schemi verbali e l’inquietudine dei sostantivi-archetipi. Per come tira ed è elastico il nageur, su quell’assetto somatico quasi ectomorfo, ma teso e morbido, di Aurelia.Era  quello lo stile della duplicità: che non sa se cedere ai fenomeni di possessione o se farsi ossessionare dai fenomeni di conversione. E’ la bonaccia mazzacana[5], che lanciava sassolini verso (-φ) del poeta. La navigatrice delle pietre grosse e i ciottolino verso il giovane poeta nipote di Mia Nonna dello Zen che, per via delle grosse pietre, era quasi omonima, per nome e cognome, di Ghùrelia Mazzacane[6]!
!by V.S.Gaudio    da: I nuovi oggetti d’amore   


[1] Mazzacanë è, nei dialetti locali afferenti allo shqip, la “pietra grossa”, quella che, appunto, serve per “ammazzare cani”. Macakàn, si legge Mazakàn,  e al plurale prende la “e”: Macakàne, Mazacàne. Non è un caso che, poi, entrai nella storia di Aurélia Gurmadhi, Aurélia Steiner di Durazzo: Gurmadhi, in shqip, può significare “pietra grande; pietra grossa, petrona”.
[2] Sobillato da un post di Gianni Sinni, su “Il Post”, che dava all’arancione, il colore del vento che accomunava la vittoria alle elezioni amministrative di Pisapia a Milano e De Magistris a Napoli.
[3] E quindi, nel caso del vento elettorale, riferendomi all’elettorato femminile, accennai alla pulsione che combina i due colori fallici, il rosso e il giallo e, quindi, alla scelta vincente dell’arancione, che era l’elemento cromatico del vento della vittoria in quelle elezioni amministrative riguardanti due città metropolitane così diverse, una avanzata urbanizzata, la cosiddetta fascia dell’Italia Metropolitana, e l’altra arretrata altamente urbanizzata, che è nella fascia dell’Italia dispersa e affollata.
[4] La quietudine di Marte, versus la bonaccia mazzacane, se fosse al polo Sud, “scorsi i primi ghiacci galleggianti il 14 marzo, a 55° di latitudine. Il Nautilus navigava in superficie(…).Verso sud, all’estremo orizzonte, si stendeva una fascia di un candore abbagliante. A questo fenomeno i balenieri inglesi danno il nome di ice blink, cioè “bagliore di ghiaccio”: per quanto spesso sia lo strato delle nuvole, questa luce che preannuncia la banchisa, non si offusca mai”(Jules Verne, Capitolo XVIII.Il polo Sud, in:Idem, Vingt Mille Lieues Sous les Mers © 1869), sarebbe l’ice blink, il bagliore di ghiaccio. Che sembra, anche alle latitudini dell’emisfero boreale, inesplicabilmente connesso al 14 marzo. Questo stesso step-style mi fa pensare, in musica, al recente fenomeno di Joan Thiele, per la quale abbiamo parlato dell’Hot-line Blink nella puntata 28 de “La posa del caffè e lapsicanalisi”, su pingapa l’8 gennaio 2016.
[5] Noi abbiamo prestato l’I King alla poetica permettendone la definizione in merito agli Indicatori Globali usati da Abraham A.Moles per analizzare l’immagine o lo schema. Adottando il metodo di cui abbiamo già riferito in studi sulla somatologia poetica (su Cesare Ruffato, Amelia Rosselli, Ginestra Calzolari, Marisa G. Aino) vediamo come si forma l’esagramma dello stile di Aurelia Mazzacane, che non è poeta ma è semplicemente sulla spiaggia tutta pietre in tenuta da nageur: al 6° posto la densa iconicità fa ottenere una linea intera; al 5° posto, la complessità contenuta ci dà un’altra linea intera; al 4° posto, l’ambiguità alta corrisponde a un’altra linea intera; al 3° posto, la pregnanza elevatissima è quella di un’altra linea intera; al 2° posto, la carica connotativa sommersa, quasi segreta, e talmente intensa, attiva un’altra linea intera; all’inizio, il codice più ristretto che elaborato, quasi pubico e da bagliore ainico per via del patagonico canale di mezzo, disegna una linea spezzata . Il trigramma superiore è Ch’ien, il Cielo, sotto il quale soffia Sun, il Vento, e non poteva essere altrimenti, tanto che l’esagramma dello step-style della bonaccia mazzacane è il 44. KOU, il farsi incontro, o gli incontri improvvisi: dalla mancanza di pelle che attiene alla linea della pregnanza, come se come sintagma il camminare a volte fosse gravoso, al melone coperto della complessità,tra pelo e pelle, anche del culo,  le linee sono celate, e l’immagine è quella che al di sotto del cielo c’è il vento, l’abbiamo visto, tra il giallo lieve e il blu profondo, l’immagine degli incontri improvvisi della bonaccia mazzacane, e sopra, la linea intera dell’iconicità, dice l’I King che si fa incontro con la sua carne e la pelle-nageur, la mazzacane navigatrice, è come se ci tirasse un po’ fuori dal mondo, o dalla linea dell’orizzonte, da cui  la contrizione, lo sguardo dentro le cose, quella spinta sotto,non sempre sotto l’ombrellone,  quell’imbattersi in bilanciate anomalie, abbaglianti quieti, opinioni chinate, lunghe fibre riavvolte, l’istante dell’esplosione iniziale, turbolente seduzioni, due energie, nulla di particolare prima del ritorno nella bonaccia .
[6] La nonna del poeta è, in quell’anagrafe della spiaggia tutta pietre, Aurelia Petrone,  speculare a quella giovane Aurelia Mazzacane di questo elogio e all’Aurélia Gurmadhi, la Petrone di Durrës.

Post-Almanac 2013 | gaudia 2.0 |