Lo stile è incomprensibile

Lo scrittore farà l’esperienza che, se si esprime con precisione, con scrupolo, in termini oggettivamente adeguati, quello che scrive passerà per difficilmente comprensibile, mentre se si concede una formulazione stracca e irresponsabile, sarà ripagato con una certa comprensione. Non basta evitare asceticamente i termini del linguaggio professionale, le allusioni ad una sfera culturale fuori mano : il rigore e la purezza della struttura linguistica, pur nell’estrema semplicità, operano un vuoto. (…)Tener d’occhio, nell’espressione, la cosa, anziché la comunicazione, è sospetto: lo specifico, ciò che non è tolto a prestito dallo schematismo, appare irriguardoso, quasi sintomo di astruseria e di confusione. La logica attuale, che fa tanto conto della propria chiarezza, ha ingenuamente collocato questa perversione nella categoria del linguaggio quotidiano. (…)Solo ciò che non ha bisogno di essere compreso passa per comprensibile; solo ciò che, in realtà, è estraniato, la parola segnata dal commercio, li colpisce come familiare.

[Theodor W. Adorno,64.Morale e stile, in: Idem: Minima moralia ©1951]

Uh Magazine ▌Editorial Staff

mercoledì 7 dicembre 2016

Le scarpe di Bianca.

Le gambe di Laura Morante e il palo di Maggio de “I dimenticati”

Oggi, mentre facevo la mia passeggiata di mezzogiorno, ho avuto ancora dei pensieri morbosi :che cosa c’è in Nanni Moretti che mi turba tanto? La sua somma naturalezza o la sua un po’ patetica aria di sufficienza? Che cosa c’è, insomma, di adeguato al ruolo che è nello stesso tempo così inadeguato? E perché quando mi turba così tanto penso sempre a quella Laura Morante? Saranno state le scarpe, il nome Bianca, o, forse, corto corto, le gambe? Adesso salta fuori che Nanni ha fatto dei corti e dei documentari, e c’è sempre qualcosa che prende alla gola, la torta Sacher e la Nutella, proprio in questo periodo in cui stavo dentro la bolla dei documentari di De Seta per cavarne un saggio un po’ antropologico, un po’ psicoanalitico, un po’ linguistico, sul “Palo di Maggio”, che, così ostentatamente fallico com'è, è dentro la parabola orizzontale dell’ultimo suo documentario, in un villaggio calabrese chiuso e nascosto(“I dimenticati”, 1959)…senza che si riesca ad avvistare il satanico che c’è, sempre e comunque,  in ogni rito fallico. 
Se si pensa che l’antico Priapo lo si adorava nel mezzogiorno medioevale della Francia  sotto il nome di Saint-Foutin (che si vuole sia una corruzione del nome di Fotinus o Photinus, primo vescovo di Lione), chissà come dal rito parafallico di quel villaggio calabrese di cui documenta De Seta, che ha alla base una provenienza provenzale e una deriva “valdese”, sono finito a far quasi da palo…all’Habemus Papam, il Celestino V, che, essendo Pietro del Morrone, si connette, con la stessa perentorietà fallica del palo di Maggio, con il territorio, che stringe quel villaggio calabrese e, che ha, nei suoi certificati di residenza, la presenza gabellina del Morrone?
Il cinema, mi sembra, che abbia bisogno sia di gambe che di scarpe, e un po’ meno di papi e papesse, quelle gambe di Bianca, e di converso le gambe di Laura Morante di quei tempi, che, poi, erano i tempi degli oggetti d’amore, l’ho poi vista una volta con certi pantaloni grigi, forse per via del bianco e nero dell’immagine, che, seduta, o accovacciata, pare che la fecero ancor di più entrare nella bolla del mio oggetto “a”, per via, d’accordo, della mia pulsione uretral-fallica, certo, che ci possiamo fare?, che, non si sa per quale motivo, ha bisogno del culto delle scarpe, anche se il feticismo pare che sia una questione di tecnica e di umanesimo di stato, come il sadismo e lo spirito di distruzione. Certo , c’entra la Nutella, per via dell’etica, che Leopold Szondi dà in appannaggio, bontà sua, alla mia pulsione uretrale e dell’accumulazione di affetti brutali, come se più sono in collera, più mangio Nutella, più odio tizio e caio, e gente dell’amministrazione statale e comparse a vario titolo e futilità della Tv, e più mangio Nutella, più voglio vendicarmi e più Nutella, più invidio i poeti del nulla che pubblicano da Berlusconi e più ce l’ho con Malta e mangio Nutella, più mi ingelosisco  di Bianca e di altri oggetti d’amore e più Nutella, e pensare che, quando sono in linea con Abele, sono buono e misericordioso, scrupoloso ed etico, e coltivo i piaceri singolari che i Gesuiti, anche in dieci, non mantengono il mio ritmo, o il mio bioritmo. 
A rimirarla adesso Bianca, non è che una normolinea quasi mesomorfa, lei sì che è nell’erotismo sadico e ha l’umiltà di chi ha lo spirito civilizzatore, si vede che ha capacità di orientamento, tra autoconservazione e dono di sé mi sembra, o può sembrare, dipende dal fotogramma che mi è rimasto, che calzi il 38, quelle che calzano il 38 e sono normolinee hanno sempre un paio di gambe mesomorfe, per via dell’ indice costituzionale che, stando a come lo calcolo io, sta sempre attorno a 54, in modo che l’indice del pondus possa essere la metà del numero delle scarpe, 19, che è nella forchetta del valore “alto”, l’alto ancora di quelle che sono sì caparbie  e sicure di sé ma sanno ancora essere umili e protettive. Poi, va da sé, chi vive con la pulsione “s” e ha quelle gambe è sempre nella fisica e nella metafisica del “palo di maggio”, non fosse altro per il fatto che la pulsione quando è socializzata in un mestiere o in una professione viene attivata da chi vive nei boschi, fa il chirurgo, lo scultore e il dentista, la ginnasta ma anche la domatrice, va a caccia o, con quell’arco ogivale delle ginocchia, per funghi e non è escluso che possa darsi al commercio delle scarpe, anche se è una  atleta di fondo urbana, una musardine per la vasonevrosi del poeta-visionatore

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! v.s.gaudio

martedì 6 dicembre 2016

Il Fotografico del "Café Van Gogh" █


 


Questa virtù dell’ Heimlich che sottentra nei luoghi di Fano e di Arles, e quindi nella poesia e nella pittura di Van Gogh, è una sorta di fatalità indistruttibile dell’Altro, è come l’irredentismo dell’oggetto, l’estraneità radicale, l’esotismo irriducibile da cui si potrebbe cogliere quella che Jean Baudrillard intende per “declinazione della volontà” e che rende di una evidenza perfetta ciò che, visto da una prospettiva d’insieme, manca al mondo, al senso che non ha frammenti, linee spezzate, forme segrete dell’Altro. L’immobilità dell’oggetto nel cuore della sua banalità che fa irruzione da tutte le parti, con la delicatezza patafisica che non vuole riflettersi, vuole essere colta direttamente, illuminata nel dettaglio, farsi oggetto stupefatto che capta l’obiettivo del poeta e del pittore, questo bagliore didonico di impotenza e stupefazione che manca completamente alla mondanità della lingua, della poesia, nazionale. “C’è del fotografico solo in ciò che è violentato, sorpreso, svelato, rivelato suo malgrado, in ciò che non avrebbe mai dovuto essere rappresentato perché non ha immagine né coscienza di se stesso”, dice Baudrillard (La trasparenza del male, trad. it. Sugarco edizioni, Milano: pagg. 165-166). Questo  fotografico è l’irriducibilità che proviene da un altro luogo, la precessione di una determinazione illeggibile nell’evidenza perfetta del linguaggio,deittico ma, illeggibile, segreto, di una devoluzione sottile, energia surrettizia sottratta, rubata, sedotta, radicalmente esotica: a Fano e ad Arles?

domenica 4 dicembre 2016

SHUMILLA. I nuovi oggetti d'amore

 
 Milla Jovovich by Ellen von Unwerth, 1999|  

Adesso che l’aspetto del poeta è quello di un uomo tranquillo e per nulla fantastico, saltano fuori calcoli, anche astrologici, e li sta ancora esaminando un astrologo con una punta di acre divertimento, da cui risulta che egli dovrà amare questa  Milla Jovovich, così come la rende patafisica e diabolica Ellen von Unwerth alla fine del ventesimo secolo, per un anno e sei mesi, come se fosse l’oggetto “a” assoluto dei suoi piaceri singolari; per molti versi, pare che sia la donna predestinata a questa cura ossessiva, anche per via della pulsione del poeta, che è quella uretrale, dentro una sorta di barriera etica, per quanto sia elaborata, e fin tanto che non ci sia dalla sua libido la fuoruscita degli affetti brutali accumulati, odio, invidia, furore, gelosia, collera, vendetta: un poeta così preso dentro questa  sindrome di Caino annega tutta la sua bontà, la dolcezza, l’ingenua tolleranza, piscia sugli scrupoli, esplode e si diletta delle disgrazie altrui. Qua dentro, anche un poeta che è ossessionato dalla bellezza callipigia delle senesi, così come ce la rende patafisica Ezra Pound nel Canto XLIII, per via del fatto che in sintomatologia si barcamena tra manifestazioni allergiche, enuresi , epilessia essenziale, e, se chiamato a farsi Lafcadio per l’assassinio dei poeti lirici e postmoderni, e dei cantanti in odor di Nobel e Grinzane Cavour, sarà sorprendente come un piromane, cattivo come un omicida passionale, rabbioso,sulla superficie di fuori mentre spalanca l’occhio, scintillante scissura, nel suo fremito di tremore fino a quando irrompa a lungo sigillato quel quarto grado di Eric Berne, l’orgoglio peyronico, che finora tra buio e quiete, una scissura dunque, frema così, fremito tremi, con quella bocca, Milla, e così diabolica l’occhio e quella bocca non essendoci più nulla, così qualche volta, come un qualcosa, dentro solo questo analemmma esponenziale del suo oggetto “a”,  dove mai potrà amarla, in un bosco, sotto questo pino che si erige contro il fondo del cielo, colà, allora là, then there, o via di là, a marzo allora di nuovo la prenderà  per così tanto poco, lungo tutta la spiaggia, alla fine del giorno, che shummulo uretrale potrà mai essere, un unico lungo suono, uno shumullar lungo tutta Milla lungo tutta la spiaggia, allora nessun suono, laggiù, la quiete e la tolleranza del mare, avanti, quell’albero ritto, l’albero per Milla, che si fa demone meridiano, perché sta passando al meridiano del poeta, chiedi al pensiero di ficcarla in un piacere singolare di Harry Mathews, di metterla in questo film del poeta, per un quarto d’ora senza contare i silenzi e le attese del (-phi), o quando nella sua testa lei chiude la bocca e in silenzio, non può fargli il diavolo, il poetino s’ammoscia e dorme; silenzio così che ciò che fu prima e giù di lì, guardandola ancora dentro questa luce che potrebbe essere quella di un crepuscolo diabolico, senza una parola, l’astrologo dice che si tratta di un fantasma e anche se assomiglia all’oggetto “a” del poeta, attento, gli dice, quella ha sì lo stesso Giove, come ce l’hai tu, ma lei ha la Luna Nera  al medio cielo, a sud, e dapprima di piatto sul duro, la destra, poi di piatto sulla sinistra, del tutto, quella là hai visto che bocca che ha? Milla sabato riposa, basta star qui con questa bocca che ami per via della tua pulsione “e”, così come la chiama Leopold Szondi, e+, se è giorno,   e, quando viene la sera, già al crepuscolo, l’abbiamo visto, con questa luce che si fa, che figa diabolica, allora ci vuole da che mondo è mondo e l’universo è infelice, un bel colpo di crudeltà, ma se dormi così come fai a farti dentro la pulsione e-, che è tra l’invidia  e la rabbia, e il peggio che va in peggio, senza requie, né tregue a niente, shumullarla sott’al pino, donde la voce che dice Milla o Shumìlla, adesso sì che si va su e giù, per via del treno, che passa di lato e per via della tua luna nera, sfrontata come sei dentro la pulsione hy+ sei questo fenomeno di conversione che solo in treno, con quella bocca che hai, le paure notturne, i lamenti, l’ansietà e l’arte drammatica in generale, e l’emicrania del poeta, in alto e in basso, vanno su e giù, o tutt’intorno, a capo d’una lunga notte, con quella luce dentro il vagone, sarà questa la scena per il piacere singolare finche il tempo la finisca, arresto del dondolio, e la luna nera se ne va.

sabato 3 dicembre 2016

Affari Poetici oggi alle 15▐ Una Stimmung di V.S.Gaudio alla Borsa di Milano

UNA STIMMUNG DI V.S.GAUDIO per “AFFARI POETICI-Una poesia in dono” ALLA BORSA DI MILANO3 dicembre 2016 ore 15.00

Poetry and Discovery inaugurerà la sua programmazione con “Affari Poetici-Una poesia in dono“, un evento/performance che si svolgerà il 3 dicembre 2016 sulla scalinata della Borsa di Milano in Piazza Affari alle ore 15.00. 

!V.S. Gaudio  dona una Stimmung (con Philippe Sollers, Ezra Pound o Samuel Beckett?).

mercoledì 30 novembre 2016

La poesia di Gabriele Ghiandoni e le preposizioni bianche di Arles.

[©Van Gogh 1888, Café de nuit, Place Lamartine, Arles
Olio su tela,cm 70x89,New Haven(Conn.),Yale University Art Gallery]
V.S.Gaudio
 Tel cafè la gent discur
mo en dic gnent:
è vera ?
 Divagazione ziffiana sulla poesia
di Gabriele Ghiandoni

Tullio De Mauro: “Ziff, palesemente, non ha letto Gramsci”.E’ vero?
V.S.Gaudio:”Ghiandoni, probabilmente, non ha letto Ziff”.E’ vero?
Gabriele Ghiandoni:”Gaudio,evidentemente,non legge il ‘Corriere Adriatico’”.E’ vera?



Arles.
1.        Confrontiamo:
Sapìti cchi successi a la Licata
‘u porcu assicutava ‘na criata
c’aveva ancora lordi li piatti
e cincu jatti ‘nta ‘n malu furrìu
ca vulevunu ‘u pizzu,
amminazzannu:
serva fitusa, dannìnni ‘na parti,
jettini ‘a rristatura d’a pignata,
bbrutta criata;
cu stava sodu-ggiubbu era lu porcu
cci jeva appressu ‘n cursa rrastiannu
pinzannu ‘i miritari occa cunortu[1].

con:

Tel cafè la gent discur
mo en dic gnent.

Qualcun arconta dle don.

I più dìcen de sì,incucutiti
da la parola svòida
ch’arman per tera[2].


Qui, al di fuori del loro contesto, come si leggono?
«Intendo forse dire se li leggiamo con sentimento, a voce alta o sottovoce? No, non è questo; il punto è: cosa fate quando li leggete? Guardo la pagina stampata: leggo da sinistra a destra. Ecco che cosa faccio. Ma non è tutto quello che io, o chiunque altro, facciamo quando leggiamo qualcosa. Chiunque, infatti, può per lo meno rivolgere l’attenzione a quanto sta leggendo o no, può farlo in modi diversi, o può rivolgersi a cose diverse»[3].

Leggendo i versi di Grasso,
vedete che c’è una correlazione tra la struttura della poesia e quella del racconto; percepite una sorta di macrostruttura della narrazione che può avere, per motore, almeno tre delle cinque funzioni di Isenberg: la situazione iniziale, la complicazione, l’azione o la valutazione, la risoluzione, la morale o la conclusione; vedete che la sua funzione discorsiva pone una concatenazione cronologica e a volte riuscite a scorgere anche la funzione documentaria che toglie schiuma, lava, alla ridondanza semantica; vedete che la circolarità semica è attuata, come è effettiva l’interazione tra l’io che narra e l’altro di cui si narra.[4]

Leggendo i versi di Ghiandoni,
vedete che il poeta sta facendo una novella in versi, una romanza anche,ma è la novella-metafora che fa da specchio, con almeno tre funzioni di Isenberg, a una situazione iniziale che è sempre il punctum della biografia del personaggio o della figura; così, combina paradigma e attanti, che sono sempre personaggi o figure di cui il poeta rammenta, narra.
Come nei versi di Tonino Guerra, e anche in quelli di Grasso, anche qui la funzione discorsiva ha una concatenazione monotematica che leviga la superficie del denotatum[5].
La domanda di Ziff «Come si legge una poesia?» non ha, è vero, una sola risposta.
Non esiste un unico modo di leggere una poesia. Figuriamoci una poesia dialettale. Che parla almeno tre linguaggi. Chiunque legga una poesia dialettale come se fosse una poesia in lingua nazionale non sa che il canto è angoscia, el cant è l’angoscia, la pasion sacra[6], passione sacra, è tanto sciocco quanto chi tracanna Vernaccia di Serrapetrona e sorseggia una Fanta, non sa che come la musica araba, la poesia in dialetto fanese è una musica difficile, na farfalla che bruscia viva de calor[7].
Ghiandoni (è frizzante il suo verso con spuma rossa) non è Ruffato[8], ma non scoprirete neppure quello che merita di essere scoperto se leggerete La mùsiga come se fosse il «Corriere Adriatico».
 
Arles.
2.        Se stessimo leggendo su un giornale, il «Corriere Adriatico», la cronaca della festa per l’inaugurazione del Teàter dla Fortuna e vi si dicesse
Ermi in tanti, tla piasa
El giorn dla Festa: el teàter
De Fan dop cinquant’an![9]
non  resterei sbalordito alla domanda «è vero?»[10].
Ma se stiamo leggendo Ghiandoni e una persona adulta, indicando i versi citati, chiede «è vero?», allora penso che quella persona sia stupida.
Ma se aggiungessi
Ce sin divertiti un bel po’
El giorn dla Festa
è vero?[11]

Arles.
3.        Dico a qualcuno: «Se devi leggere la poesia dialettale, il solo modo intelligente di leggerla è quello di leggerla con occhio critico». Che è anche il solo modo di leggere i giornali. Voglio quindi che mentre legge egli si chieda con una certa frequenza «è vero?». Non credo però che abbia molto senso nella lettura della poesia. Esistono modi diversi per leggere componimenti poetici diversi, ma nessuno di questi implica che ci si domandi «è vero?». Per lo meno, non credo che un componimento poetico comporti mai una domanda del genere. Tuttavia, non posso provarlo: «esistono troppi modi diversi di fare e quindi di leggere la poesia».
Ma se un lettore provenzale di Gabriele Ghiandoni, uno di Arles stesse leggendo su un quotidiano locale:
«Li jour de la fésto:
li teatre de la Fourtuno
estavo dins l’ aire
darnieramen cinquanto an
dins uno rodo redouno
que fuguèsse uno magìo?
Noun, èro verai!»[12]
potrebbe ipotizzare che il Teatre de la Fourtuno è il Teatro della Fortuna di Fan?
E perché se ne parla ad Arles, che è una città bianca sì ma il suo è il bianco argenteo dell’età, non la bianca festosità della gioia eterna?
Per il Caffè di Van Gogh? Che ci faceva a Fano, dipingeva o scriveva poesie, era Gauguin? O Joseph Roth?
La poesia dialettale connessa al Dasein del poeta non ha procedimenti metaforici, un po’ come un presupposto giornale locale della Provenza che parla provenzale, cioè scrive provenzale, è scritto in provenzale, non va dal termine di partenza per arrivare a quello di arrivo con la proprietà comune che permette la metafora: a) attuando una traduzione più o meno letterale; b) ridefinendo l’oggetto di partenza. Diciamo che usa il “linguaggio di crescita”, per cui ha un uso corrente, contestuale e situazionale del linguaggio che rende più vera, o verosimile, la referenza al Dasein.
Perciò, il giornale locale di Arles è simile alla poesia dialettale connessa al Dasein del Poeta? O, piuttosto, avendo il “codice ristretto” della lingua in uso, e non avendo particolari procedimenti metaforici, non è per niente poetico?
Dins lou café la gènt parlo
Noun dis aurre.
Quicon parlo de li femo
Tanti dison de si, esbalauvi
De las paraulo vido, que estauon a terro.

Que dis? È poetico? Eis veridi? È iperreale? O è correale?


Ÿ da: V.S. Gaudio, Tel cafè la gent discur mo en dic gnent:
è vera ? Divagazione ziffiana sulla poesia di Gabriele Ghiandoni, © 2006


Fête des Gardians celebration. Arles  



Fête des Gardians celebration. Arles 



   


[1] CRIATA: in: Mario Grasso, Vocabolario Siciliano, Prova d’Autore, Catania 1989: pag.76: DOMESTICA. Sapete cos’è accaduto a Licata?/ Il maiale inseguiva una domestica/ che aveva ancora i piatti sporchi/ e cinque gatti in un brutto giro/ che volevano la tangente,/ minacciando:/ serva fetente, daccene una parte,/ buttaci il restume della pentola,/ brutta serva;/ chi stava zitto-zitto era il porco/ le correva dietro fiutando/ ritenendo di meritare qualche conforto.
[2] Au café du Centre:in: Gabriele Ghiandoni, La mùsiga, Marsilio Elleffe, Venezia 2000: pag.60.
[3] Paul Ziff, Paul Ziff, “VERITà E POESIA”, in P.Z., Itinerari filosofici e linguistici [Philosophical Turnings. Essays in Conceptual Appreciation, 1966], Introduzione di Tullio De Mauro, trad. it., Laterza, Bari 1969: pag.83.
[4] Cfr. V.S.Gaudio,’U porcu assicutava ‘na criata e cincu jatti vulevunu ‘u pizzu: è veru? Divagazione ziffiana sulla poesia di Mario Grasso à   ilcobold.it/piazza3/casa-dello-scriba .
[5] Come abbiamo avuto modo di spiegare per la poesia dialettale diacronica [vedi:à V.S.Gaudio,La poesia dialettale connessa al Dasein, in:V.S.Gaudio,La semantica gergale e razionale dellidioletto corporeo e della poesia dialettale diacronica,Quaderni di Hebenon n.1, Ivrea 1999], la verifica degli Indicatori Globali e dell’I Ching in questa poesia dialettale connessa al  Dasein indica che l’esagramma risultante è il numero 57, Vento(Sunn) su Vento(Sunn),”la gentile penetrazione”, che è l’esagramma del piccolo movimento. L’immagine:Venti che si susseguono: l’immagine del vento che penetra;l’immagine delle piccole cose. C’est-à-dire della piccola frase, il “sintagma mite del vento” o “del legno”. L’oscuro,che,di per sé, è rigido e immobile, viene dissolto dal principio chiaro che penetra, commenta Wilhelm (vedi: I King (Il libro dei mutamenti), Astrolabio , Roma 1950: pag. 240),che fa da specchio a I culor chiar fati de luc;el culor scur sol  sa l’ombra. De not i culor se muscìnen in tel ner (Ghiandoni, op.cit.: pag. 41). E’ l’esagramma dell’andare dentro e del rannicchiarsi, delle circostanze particolari e delle piccole cose. Il trigramma Sunn si raddoppia, sotto poggia sulla materia, sopra è come il vento e le nubi penetra. Che, poi, il tutto si contempli nell’Heimlich che viene destato, come la particolarità del nostro esempio del Caffè dimostra. Al Caffè la serie dell’esagramma 57 trova il suo adempimento: il viandante non ha nulla  dove possa dimorare nel suo isolamento, e quindi segue Sunn, il segno del ritorno a casa.
[6] Cfr. Harmonia sacra pag. 73: G. Ghiandoni, op.cit.
[7] Cfr. La mùsiga araba pag.68: G. Ghiandoni, op.cit.:una farfalla che brucia viva di calore.
[8] Nel valutare il rapporto formale e qualitativo delle preposizioni nella poesia di Gabriele Ghiandoni, il centro di gravità del suo stile è basato sull’alternanza del transitivo, ovvero la discontinuità del transitivo, il salto, l’opposizione, la concessione che, in qualche modo, è speculare all’esagramma 57 dell’I Ching, questa  mitezza del passaggio, questo  sottentrare gentile, tutto sotteso dalla preposizione-punctum Tel(nel)  o Tla(nella)che, appunto, nella Tavola delle preposizioni del dialetto fanese o,se vogliamo, del territorio della provincia di Pesaro che appartiene all’area gallo-italica che si collega direttamente ai dialetti romagnoli (vedi: G.Devoto-G.Giacomelli, I dialetti delle regioni d’Italia, Bompiani Tascabili 2002), è compresa nelle fasce qualitative Asimmetrica-simmetrica/Transitiva.
Á Á las Á la
Per  Pet Pera
Sobre
Asimmetrica
Contra Contro
Sènso Sèns
À reire Vers
Darrié Davans
Entre
Permièi
En  Ena
Dins
Dintre
Dins lou
Asimmetrica-
Simmetrica
De
De la  De l’
Dou
Ab
Desempièi
Despièi

Com/can(t)
Simmetrica
intransitiva
intrans-transit.
transitiva


Tavola delle Preposizioni : Provenzale ©V.S.Gaudio
[cfr. anche Tavola Provenzale/Catalano in : Viggo Brøndal,Teoria delle preposizioni[1940],trad.it. Silva editore, Milano 1967, appendice:Tav.89 B.]


intransitiva
Intransit.-transit.
transitiva

A
Per
Sota
Su
Sopra
Asimmetrica

Vers
Sensa
Tra
Drenta
Fora
In tl’
In tel
Tel
Tla
Asimmetrica-Simmetrica
De
Del
Dietra
Davanti
Dal
Cum
Sa
Sal
Simmetrica

Tavola delle Preposizioni: Fanese ©V.S.Gaudio

[9] Sono i primi tre versi di La festa pag.75: G.Ghiandoni, op. cit.: Eravamo in tanti, in piazza/ il giorno della Festa: il teatro/ di Fano aperto dopo più di cinquanta anni!
[10] E’ vero che le pietre, le mura di Fano sono come le pietre di Arles, vivono di vita propria? Come dice Joseph Roth: “Le mura antiche diventano più sonore ogni anno che passa, come fossero vecchi violini”:Le città bianche[Die weissen städte,postumo 1976 Amsterdam-Köln],trad.it. Adelphi, Milano 1987:pag.90.
Café de nuit, Place Lamartine, Arles
ora Café Van Gogh
[11] Questa virtù dell’Heimlich che sottentra nei luoghi di Fano e di Arles, e quindi nella poesia e nella pittura di Van Gogh, è una sorta di fatalità indistruttibile dell’Altro, è come l’irredentismo dell’oggetto, l’estraneità radicale, l’esotismo irriducibile da cui si potrebbe cogliere quella che Jean Baudrillard intende per “declinazione della volontà” e che rende di una evidenza perfetta ciò che, visto da una prospettiva d’insieme, manca al mondo, al senso che non ha frammenti, linee spezzate, forme segrete dell’Altro.
L’immobilità dell’oggetto nel cuore della sua banalità che fa irruzione da tutte le parti, con la delicatezza patafisica che non vuole riflettersi, vuole essere colta direttamente, illuminata nel dettaglio, farsi oggetto stupefatto che capta l’obiettivo del poeta e del pittore, questo bagliore didonico di impotenza e stupefazione che manca completamente alla mondanità della lingua, della poesia, nazionale. “C’è del fotografico solo in ciò che è violentato, sorpreso, svelato, rivelato suo malgrado, in ciò che non avrebbe mai dovuto essere rappresentato perché non ha immagine né coscienza di se stesso”, dice Baudrillard (La trasparenza del male, trad.it. Sugarco edizioni, Milano:pagg.165-166). Questo  fotografico è l’irriducibilità che proviene da un altro luogo, la precessione di una determinazione illeggibile nell’evidenza perfetta del linguaggio,deittico ma, illeggibile, segreto, di una devoluzione sottile, energia surrettizia sottratta, rubata, sedotta, radicalmente esotica: a Fano e ad Arles?
[12] Sono i versi in provenzale che corrisponderebbero al fanese di: El giorn dla Festa:el teàter dla Fortuna a pr’aria dop cinquant’an, in t’una rota tonda:par na magia da stròligh? Invece è vera!

lunedì 28 novembre 2016

IL NOME VERDE DEL MARE ░ Mini-Lebenswelt con Blinky Palermo e Samuel Beckett












 











 
IL NOME CHE FA COSI’ VERDE IL MARE.
Mini-Lebenswelt di V.S.Gaudio  
con Blinky Palermo e Samuel Beckett

 
immagina se questo, un giorno questo ,
o un bel giorno questo,
immagina se un bel giorno se questo di qua passasse di là,
un bel giorno immagina se questo verde chiaro cessasse,
se dapprima queste due parti chiare che stanno rinserrate
di piatto sul duro, e a destra il verde o quello di sinistra,
non importa, di poi, di piatto di nuovo sulla destra o la sinistra,
da qualche giorno non fai che pensare a lei in mutande,
dopo un lungo periodo in cui a niente hai pensato
se non alle sue mutande, che è per queste mutande di seta 
ti pare che uscendo dal verde di sinistra
tu sia uscito da quel negozio
nel quale lei si era recata per acquistarne
un’altra variante, di piatto sulla sinistra
quel giorno, un bel giorno uscendo o sulla destra
in quel bel verde, non importa, sul tutto
che sta al centro, così grigio chiaro
che sembra la seta delle sue mutande,
in realtà uscendo a quell’ora,
che era l’ora del demone meridiano,
anche quando vi era entrata, a sinistra,
un po’ più verso il grigio che là stringe
quell’ora, e il reale, l’universo, si dirà, il mondo,
anche, l’insolenza del proprio oggetto “a” così teso
adesso e levigato, come il grigio che sta presso il verde
che a destra, fa da oriente e ti sembra che venga
dal mare quel verde, così come lei in quelle mutande
si fa più verde perché essendo del colore grigio
chiaro o  pelle del tergo stringono quello che
sarebbe il (-phi) uscendo sulla strada
anche se non è sabato o ammesso che lo sia
basta che sia questa l’ora del demone meridiano
non ci sono colori dell’impeto semplicemente 
colori tra il mare lieve di fine inverno così
il piede secondo il passo secondo il peso
secondo le mutande davanti stringe ancora
quel grigio secondo vuole l’uso e il pelo
almeno fino ad ora in questa strada uscendo
da quel negozio ci si allontana sempre più
a lato verso il  verde che sta di là verso il verde
che sta di qua, nella casa ad angolo chi vuoi che
ci abiti, ci si addossa al muro al verde
con quelle mutande di seta che avevi quel giorno,
quello che le mani hanno toccato gli occhi hanno
mal visto le dita che stringi per bene le dita
gli occhi il limite centrale del corpo come se
fosse il bene che va in meglio o la parte maledetta
o la traccia delicata e silenziosa del godimento
il cuore sconosciuto la testa quel giorno che
a perdersi qua per queste vie di questa città
lungo  il meridiano che prima si fa verde
poi grigio di nuovo grigio chiaro ancora
infine da adesso in poi verso il mare o
il lungomare verde così che nessun luogo
né altro che le tue mutande e quel passo
in mezzo tutto grigio del (-phi)
che ostinatamente in nessun luogo resta là
in mezzo dentro il grigio delle tue mutande
senza requie senza tregue senza linee 
in quella strada quel bel giorno dietro
l’angolo verde di là più stretto tra la seta
e il mare il nome prima che cali la sera
ci si unge di tutto quel mare così grigio
che ricordi un giorno quel bel giorno 
un giorno d’un giorno  in cui il grigio
che è in mezzo non è quello che gli sta
vicino e nemmeno quell’altro verde
da cui eri uscita sulla strada
tra il verde e il grigio ed era così
bagnato il legno che è per questo
che porti il nome che fa così verde il mare

Blinky Palermo

Post-Almanac 2013 | gaudia 2.0 |